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MOROSE la vedova d'un uomo vivo

Boring Machines / Ribéss / Shyrec / Travelling Music 2009; ecopack deluxe, 9 tracce audio, 56’; 10 euro

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Correvano i primi anni ’90 - indifferentemente del XX come del XVIII o del XIX secolo - quando un umore torbido e rarefatto esalò da miriadi di cuori sensibili allineati come processionarie e avvinti in un silenzio di solitaria macerazione. Quell’umore spirò indolente, impenetrabile, inarrestato attraverso le epoche e i mondi, mescolandosi con nonchalance alle folate del cambiamento. Arrivò a lambire i Morose e il loro karma ne fu irrimediabilmente compromesso. Era ormai il crepuscolo del XIX secolo. O forse già del XX. Ma dovettero trascorrere sette album - anche se i melanconici spezzini ne riconoscono compiutamente solo tre - prima che quell’umore ricevuto agli esordi traboccasse immediato e compatto e solenne dal loro intimo: liberato. Sette album cantati in inglese, compreso quello dal titolo emblematico ma fuorviante nell’idioma: La mia ragazza mi ha lasciato, 2003. Ora, annodòmini 2009, con La vedova d’un uomo vivo i Morose cedono le armi dell’anonimato linguistico per consegnarsi, spogli come cuori non allineati, ai connazionali alternativamente presi dai Pop-Porno o dalla Sincerità di turno. Austeri Morose. Incorruttibili. Nelle nove lunghe tracce del nuovo album sgorga la vena di un intimismo massimalista: in perenne autoanalisi, ma che continua a raccapricciarsi di fronte alle piccole verità e agli immani disordini del sentire. Un tempo si sarebbero detti tormentucoli borghesi. Se non fosse che a volte si producono in monumenti. Gruppi marmorei, templi, sepolcri, mausolei, teatri dell’Io inerme e offeso. Per intendere La vedova avrebbe senso aprirsi a un concetto letterale e purista di new romantic: lo stesso romanticismo che teorizzò il terribile Sublime, lo stesso che dannò un Coleridge, un Friedrich, sfilacciandosi fino al decadentismo e scatarrando fino ad Artaud. La vedova è insieme domestica e universale: cosmo e camera da letto: i due poli dialettici, i gameti del romanticismo. A dimostrare il portento dei semi del male è che germinano anche a distanza di secoli. Duecento anni fa il Monaco si affacciava sulla spiaggia. Oggi l’uomo vivo si specchia nelle spalle della sua vedova. Nella nebbia delle sue spalle. Melodia fra il sospiro e la declamazione. Impalpabili drappeggi di fiati e cori purgatoriali. Rari tumulti: la norma è altrove. Arpeggi codeinici, marziali. Epopea astenica di droni. Ampie volute di tenebra. Cose vicine. Cose perdute. Ed è soprattutto questo, la Vedova d’un uomo vivo: una lacerante, lirica riflessione sul non aver più senz’aver mai avuto. A suggerirlo – non bastassero la musica e i testi – le dichiarazioni di Davide Landini in una delle prime interviste a disco in lavorazione: «la vita è anche e soprattutto ciò che non abbiamo vissuto, ciò che abbiamo solo sfiorato, immaginato, temuto o desiderato, ciò che abbiamo perso senza averlo mai avuto» (emptv.splinder.com). La vedova si nutre di orchestrazioni sottili e perfette, di riferimenti letterari (Breton, Aragon, Pirandello, Strindberg, Rigaut...), di collaborazioni empatiche (Marco Monica degli In My Room, Joan Loizeau degli YeePee, Jenny Jo Oakley, autrice anche dei dipinti in copertina). E si nutre specialmente di vita. In negativo. Come rimpiangendo una foto non ancora scattata, prima che l’umore svapori soffiato via dal libeccio.

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