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BANCALE Frontiera

Ribéss / Fumaio / Palustre / Bancale 2011, distr. Audioglobe; digipack, 10 tracce audio, 46’; 10 euro

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Ovvero quel che resta del corpo ... Scena I. Lamiera in faccia. Un corpo disfatto per consunzione ai margini dalla collettività. È un cane. Bagliore ... Scena III. Sono milioni di anni più qualche decennio e Qfkfq, forse, si sta rassegnando al cosmodramma che tutti ci digerisce ... V. Area edificabile. Ponteggio. Ordinaria morte sul lavoro. Pietra che non fa più scandalo ... Scena VI. La catastrofe incombe anche al di qua dei confini che ti sei preso. Nessuna rivelazione in vista ... VII. Horror allegorico-esistenziale dove un Peequod di carne&legno affonda nella «secchia di mondo brutto» ... IX. Interno rurale. Ciò che resta della natura rinchiusa. Ciò che resta della carnefice quotidianità umana dopo il Qualcosa-che-c’è-già-stato. Ma ecco irrompere l’elemento selvatico. Vigoroso e incorrotto. Epifania di un ritorno al pre-umano ... Per i Bancale è la prima prova discografica di lungo minutaggio ed è amara come antrace. Ma questo non è antrace. È intimamente blues-che-blues-non-è-più. Sono il suono (tondo e sfrangiato) e le parole (corrose con grazia) della desolazione appena lambita, di sguincio, dal flebile raggio di una redenzione indeterminabile ma presagita a partire dalle cose stesse. Per raccontare l’abbandono, la solitudine profonda, l’umiliazione, il degrado che sconta se stesso, per intonarne una possibile elegia, non si può nascondere la fatica nè la sofferenza della fatica, nè la durezza della sofferenza, dura come selce. Ma questa non è selce. I Bancale lavorano a monte: le fanno valere – la fatica, la sofferenza, la durezza – come primordiale brodo stilistico, capace di esalare una sua mistica, perdipiù poderosa. E, necessariamente, Frontiera rappresenta più il corpo che i confini o gli orizzonti. Il cadavere dell’animale addomesticato e le energiche membra della bestia ribelle. Le spoglie del manovale ucciso dalla capostipite incertezza lavorativa. La carcassa del cane reietto in via di metamorfosi verso l’informe. Il corpo della civiltà. Il corpo dell’umanità. Il corpo di tutti i corpi, inscritto in un ciclo senza fine a cui siamo solo capaci di attribuire un valore antropocentrico e grazie ai nostri gesti, all’urto delle nostre riflessioni quel valore è zero. E pensi: l’apocalisse. Ma questa non è l’apocalisse. Rari, vertiginosi riverberi dello spirito fanno breccia nella consunzione del mondo. Mentre la frontiera, ovunque la si guardi, è e resta il luogo di frizione fra due smarrimenti. Il non-canto di Barachetti compita scenari etico-panoramici che al dato descrittivo lasciano il tempo affilato del fulmine. Nella sua voce sta tutto l’antieroismo, la snervata incertezza dell’ominide contemporaneo, ma che suona persuasivo anche nelle rampate di rabbiosa esasperazione. Tutto l’impasto poetico – parole, peculiarità logopediche, gli arnesi lanciati al parossismo da Alessandro Rossi e Fabrizio Colombi, le incursioni e il mixaggio di Xavier Iriondo – definisce un lirismo materico sempre in pulsante tensione fra iperrealismo e cappa metafisica. O meglio: è lo stesso corrompersi-ricomporsi dei corpi a circoscrivere la frontiera metafisica dei Bancale. Bè insomma puzzano di sublime anche loro. (Le etichette COPROduttrici assicurano che per realizzare questo disco non sono stati maltrattati animali.)