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HAZY LOPER Ghosts of Barbary

Out of Round / Ribéss 2014, distr. Audioglobe; 33 giri e digifile in cartone decorato dagli autori (tiratura numerata); 14 tracce audio, 45’; lp 20 euro, cd 12 euro

Altro che il triangolo Frisco-Torino-Londra. Il canale delle energie sotterranee scorre tra San Francisco e Santarcana: chiave psicogeografica di sostanziose empatie. La Baghdad della Baia è dove Patrick Kadyk (texano di Austin) e Devon Angus (Sterling, Colorado) sono approdati quando ancora portavano camicie a quadri. Cogli anni è rimasta uguale a se stessa solo agli occhi del turista mordi&fuggi. Bellina. Eclettica e ondulata. Con quel ponte lì. I musicisti di strada che si sfiatano per una tazza di caffè lungo. Mentre dall’entroterra premeva a spallate la Silicon Valley. Bè ora il futuro si è preso tutta la penisola, e gli Hazy Loper detestano con ogni loro nervo la città ormai sottomessa ai potentati del silicio. La città che rinuncia, insieme alla sua storia, alla sua Visione. Conservano invece una sacra deferenza per la città delle battaglie, la città-bassifondo venuta su intorno alle tragiche speranze dei suoi cittadini lasciati al margine: gay, tossici, anarchici, immigrati, terremotati, furfantelli, criminali, artisti. In una parola: disadattati. Le uniche forze in gioco che come posta ci mettono la pelle. Il percorso a ritroso viene facile: di generazione in generazione, indietro fino agli oscuri antenati, lungo la direttrice dell’ordinaria violenza urbana, torna a galla quella merce di pregio che era il silenzioso resistere, il più delle volte destinato a infrangersi tra la foresta di alberi maestri addossata alla baia e i meandri del malaffare della Barbary Coast. Perdite e vicende personali hanno assecondato gli Hazy Loper nella loro attitudine a empatizzare coi naufraghi, i veri pionieri – vecchi e nuovi – di San Francisco. Anche oggi, sotto il polverone della corsa all’oro digitale, si dimenano esistenze stravolte dall’inadeguatezza, sempre a un passo dallo schianto, o che i cavalieri della Disruption hanno già calpestato. Di quest’anonima classe poco o per nulla produttiva Ghosts of Barbary raccoglie il respiro e condensa gli umori senza mai avvicinarsi alla tacca della celebrazione eroistica. Il lavoro è impressionante: i pezzi di quelle vite, sparpagliati in una dozzina di generazioni, finiscono per comporre il telaio della città dietro la città – oltre che di questo disco. Impressionante anche il lavoro narrativo, che spreme lirismo da storie ignote e minute, al punto che si è costantemente tentati di assumerle a universali. Importante, poi, l’opera di sottile rigenerazione, transgenderizzazione del folk che veicola tutto ciò. Patrick ci aveva abituati ai suoi (medio)orientalismi, Devon alla personale ricognizione nel cantautorato anglosassone e canadese, insieme ci avevano soggiogati con una sintesi asciutta e al contempo lisergica che da sempre si proietta oltre i confini del gothic folk. Ora tentano il balzo in avanti mantenendo la stessa asciuttezza ma spaziando nei sottogeneri e con un’orchestra alle spalle, di fianco, all’interno. Nello specifico: un’orchestra di oggetti e strumenti in disuso. A suonarli sono quei Closer to Carbon (anche loro di Frisco) che hanno fatto del silenzio un’arte, e che ora ci accompagnano, insieme agli Hazy Loper, in questa fosca passeggiata in storie altrimenti perdute. I grandi e i piccoli misteri della Parigi dell’Ovest (dove vanno a finire i piccioni senza testa?) restano indecifrabili ma non più taciuti. Il resto è storia d’ordinaria sconfitta, all’ombra dell’ultima rivoluzione informatica. Chi, d’altronde, baratterebbe il doloroso decadentismo della città vecchia con la friccicosa decadenza neoindustriale della nuova? Molti, evidentemente. Gli Hazy Loper no. Spettri pure loro, braccati da nuove barbarie.

video di Zach von Joo per Last Night of the Earth: www.youtube.com/watch?v=I2BRNM2IYzA